Quella che si avverte nell’aria è l’impalpabile tensione che accompagna spesso l’attesa di una persona considerata particolarmente importante, o significativa. Quella tensione lieve che, non sapendo bene perché e senza rendersene conto, fa parlare a bassa voce magari della Costa Concordia e delle conseguenze del suio disastro sul mare del Giglio e della Maremma, delle proteste dei Tir contro le liberalizzazioni volute dal governo. Ma insomma sempre un po’ distratti, poco convinti, perché ci si rende conto che si sta respirando l’atmosfera dell’evento, del momento importante, della storia che si rende manifesta. Perlomeno quella, piccola o grande che sia, del vino italiano. Storia che poi è quella del Brunello di Montalcino, dove il ruolo dalla famiglia Biondi Santi troneggia autorevole. Franco Biondi Santi ha compiuto novanta anni l’11 gennaio, e un gruppetto di fortunati amici (e amici degli amici) lo aspetta nella hall dell’Hotel Silene di Roberto Rossi, piccolo gioiello alle pendici del Monte Amiata. D’altronde non era questo il luogo dagli etruschi consacrato a Giove?
La storia c’entra perché il cognome Biondi Santi è stato il protagonista della fondazione di uno dei vini più importanti del nostro Paese. Franco è figlio diTancredi, valente enologo che operò in tutta Italia e che inventò la pratica della colmatura, ossia la stappatura e il “rabbocco” con vino della stessa annata delle vecchie riserve (ad esempio, le annate 1888 e 1891 le ricolmò per la prima volta nel 1927 e per l’ultima nel 1970 alla presenza di Luigi Veronellied altri pochi fortunati spettatori). Ed è nipote di quelFerruccio che ebbe l’intuizione fondamentale che il vino di qualità è figlio di accurate pratiche di campagna, che seppe combattere egregiamente il flagello della perospora, e che soprattutto viene indicato come il primo grande paladino del “sangiovese in purezza”.
Anch’esso enologo, Franco ha saputo portare avanti e espandere Il Greppo, la tenuta di famiglia, attraversando l’era moderna del vino italiano solo lambito delle correnti di pensiero “nuoviste” che hanno interessato anche il borgo senese, e che lo hanno a tratti relegato nel ruolo del padre nobile ma un po’ sorpassato e magari inutile. Da parte sua, ha sempre generosamente contribuito a difendere ilbrand Brunello che oggi regge ancora nonostante gli sconquassi della crisi economica. Il disciplinare che fissò assieme agli altri fondatori del Consorzio di tutela per la nascente Doc era più rigido di quello della attuale Docg: e se fu probabilmente un errore non definire esplicitamente le latitudini dei territori autorizzati a produrre il Brunello, escluse comunque i terreni di origine pliocenica, ritenuti non adatti. Si oppose, isolato con pochi altri, all’abbassamento del grado di acidità minima, cosa che può sembrare un dettaglio tecnico ma invece fa entrare in gioco una estensione spaventosa di vigneti e, conseguentemente, di vino sul mercato, mossa che in tempi di crisi può risultare estremamente controproducente.
Ed oggi, con il cosiddetto “ritorno alla classicità” nella visione del vino, che restituisce dignità ad uve compenetrate al territorio ed alla sua storia, e a pratiche tradizionali non più considerate inutili impedimenti a chissà quale progresso, Franco Biondi Santi è più che mai il grande patriarca del Brunello, come del resto conferma efficacemente Giulio Salvioni, esponente di spicco di quella generazione che seppe cogliere al volo il valore di una importante strada tracciata e sfruttarlo, con umiltà ed intelligenza, per trarne nella sua Cerbaiolaun Brunello oggi oggetto di culto: “Gli si dovrebbe dedicare un monumento in vita, nessuno di noi ci sarebbe senza di lui, si starebbe a pascolare le pecore come a San Giovanni d’Asso!” E invece il marchio Brunello ha fatto la fortuna di tanti, cambiandone radicalmente destino e vita.
“Perché si festeggia un novantenne? Perché è ancora vivo”: così, con ironia, Franco Biondi Santi conclude il breve discorso che si può vedere nel video, ringraziando significativamente il figlio Jacopo(produttore anch’egli nel maremmano Castello di Montepo) ed elogiando il suo Brunello, in particolare una sontuosa, melodica Riserva 1997. Perché poi, alla fine, di questo si parla: di un grande vino e del suo grande patriarca.
Nella prima immagine: Franco Biondi Santi, nella terza Gianfranco Soldera

Da tempo la professione giornalistica conosce difficoltà con cui ogni giorno gli addetti ai lavori devono scontrarsi. Nessun settore è immune da una crisi per uscire dalla quale è indispensabile serrare le fila e stringere le maglie della professionalità. Il comparto della stampa enogastronomica e agroalimentare è tra i più colpiti. 






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Nessuno mette in discussione il principio di liberalizzazione come possibilità e opportunità di accesso al settore ma questo deve avvenire all'interno di un quadro di riferimento cui è ruolo della politica dover garantire».
liberalizzati. Diversamente si fa solo il gioco dei poteri forti quando invece l'interesse prioritario nazionale in questo particolare momento di crisi e recessione dovrebbe essere quello di difendere la sua base produttiva e mettere le nostre imprese nelle condizioni di competere e continuare a restare sul mercato come fanno negli altri stati. 




Marco Bazzini ed Elisabetta Dimundo sono stati confermati nei ruoli, rispettivamente, di direttore artistico e direttore aministrativo del Museo Pecci.




per cui attualmente conta sette filiali, 65 dipendenti e 1800 soci.
Sandro Sartor (nella foto), torinese, 47 anni, è il nuovo amministratore delegato della azienda vinicola toscana Ruffino. L’ingresso di Sandro Sartor rappresenta la prima e importantissima novità di Ruffino dopo l’acquisizione da parte della multinazionale americana 