03/02/2012

Prato: Daniele Magrini

Montecarlo (LU): Taddeucci e Giuntini

 

IACOPO LAZZARESCHI CERVELLI per loschermo

 

Sono la giornalista de "Il Tirreno"Paola Taddeucci e il direttore de LoSchermo.it Stefano Giuntini i vincitori ex-equo del primo premio giornalistico "Montecarlo, la collina di Lucca", sezione"Stampa locale", indetto dal Comune.

Il tema del concorso - il cui obiettivo era quello di "portare alla luce articoli e servizi radio televisivi che abbiano presentato, approfondito e valorizzato le caratteristiche paesaggistiche, storiche, culturali tradizionali del territorio di Montecarlo, con particolare riferimento alla promozione turistica commerciale e agricola ed alla tradizionale produzione di vino ed olio di qualità" - è stato affrontato dalla Taddeucci in un articolo dal titolo "Aria buona e sapori di una volta - Montecarlo, il borgo che non si è snaturato per piacere ai turisti". Stefano Giuntini, avvalendosi delle foto di Laura Casotti, ha invece scritto il reportage "Inside Montecarlo: un viaggio nell'anima della città del vino".

Leggi l'articolo integrale di Paola Taddeucci su "Il Tirreno-on line" cliccando quae quello di Stefano Giuntini su LoSchermo.it cliccando qua.

31/01/2012

Siena: Gabriella Piccinni

26/01/2012

Pietrasanta (LU): L'Ammiraglio Marco Brusco

 

L’appuntamento è fissato per le ore 10,15 di sabato 28 gennaio in Piazza Statuto, ove, alla presenza delle massime autorità civili, militari e religiose, si terrà, dapprima la cerimonia di onore ai Caduti della città e poi presso la sala dell’Annunziata (Chiostro di Sant’Agostino) la cerimonia di consegna delle 'chiavi della città', prestigioso riconoscimento fortemente voluto dal sindaco Domenico Lombardi – e votato all’unanimità dal Consiglio Comunale – a suggello della grandissima stima per l’azione e la figura dell’Ammiraglio Marco Brusco, nonché come gesto di profonda riconoscenza nei confronti della Guardia Costiera per l’importante e delicatissima missione che quotidianamente compie.

La storia umana e professionale dell'Ammiraglio Brusco – aggiunge il sindaco Lombardi – suscita in me ammirazione e grande rispetto. Ci sono uomini, infatti, che pur lontano dalle telecamere e dalle copertine, svolgono quotidianamente una missione e lo fanno con una dedizione, con un senso di responsabilità e una competenza tali da andare ben oltre le consuete mansioni. Uomini che incarnano un modello per le attuali e future generazioni. In un momento storico in cui i punti di riferimento, gli esempi positivi sono tragicamente in ombra rispetto a quelli negativi, la dedizione dell'Ammiraglio Marco Brusco ci appare tanto più autorevole”.

L’Ammiraglio Marco Brusco è nato a Civitavecchia e ha comandato la Capitaneria di Porto di Viareggio dal 1990 al 1994.

"Oltre al riconoscimento all’uomo per una lunga carriera tutta spesa all’insegna della tutela e salvaguardia dell’ecosistema marino - prosegue il sindaco -  la cittadinanza onoraria vuole essere un tributo alla più alta e sacra delle missioni della Guardia Costiera: la salvaguardia della vita umana in mare".

In questo settore, le Capitanerie di Porto hanno salvato, lungo i quasi 8.000 chilometri di costa, e solo quest’estate, 6854 persone dando assistenza e soccorso a 1529 imbarcazioni.

"Grazie agli sforzi fatti sotto la guida dell’Ammiraglio Brusco ed ad un'ottimale allocazione di uomini e mezzi - conclude Lombardi - nell’anno appena trascorso, l’azione della Guardia Costiera ha portato poi al salvataggio ed al recupero di oltre cinquantamila migranti al largo di Lampedusa e nelle acquee internazionali del Canale di Sicilia".

loschermo

Empoli (FI): Francesca Petrizzo


FRANCESCO GIANNONI per ttoscanaoggi

Da alcuni anni assistiamo a una fioritura di scrittori giovani e giovanissimi. Fra loro, in evidenza, Francesca Petrizzo. La incontriamo in un caffè di Empoli, città dov’è nata nel 1990. Una cascata di riccioli castani, parla velocissima (forse per timidezza) e gesticola molto (chissà cosa dicono a Oxford, dove studia storia). Usa un linguaggio molto «giovane».

Il suo libro d’esordio è Memorie di una cagna, sorta di autobiografia di Elena di Troia, edito nel 2010 da Frassinelli, e già tradotto in più lingue.

A chi pensa «tanto gliel’hanno scritto», Francesca replica con varie argomentazioni: se da una parte certi editori pubblicano i giovani solo per motivi pubblicitari, su quelli che valgono, le case editrici scommettono seriamente, affidandoli ai loro editor.

Questa è una figura fondamentale per un giovane (ma anche nomi affermati se ne avvalgono). È sbagliata l’idea che l’editor scriva il libro al posto dell’autore; semplicemente, manoscritto alla mano, dà suggerimenti e indicazioni che lo scrittore segue criticamente. Inoltre, riduce i tempi.

Conclude Francesca: «Lavorando con l’editor, un ventenne impara molto di più che scrivendo 30 libri da solo». Se c’è fiducia fra editor e autore, può nascere un saldo legame, ovviamente incoraggiato dalla casa editrice.

Secondo Francesca, inoltre, gli strumenti odierni, internet in testa, danno ai giovani possibilità sconosciute alle precedenti generazioni: «Pubblicare sui blog i propri lavori, avere immediatamente conferme positive, confrontarsi in tempo reale con colleghi, critici e lettori, potendo subito migliorarsi, conferisce un’autostima e una sicurezza, fondamentali per lo scrittore o aspirante tale».

Parliamo del suo libro. Le chiediamo perché ha scelto Elena: «Sono cresciuta leggendo i classici, prima in versione adattata quando ero più giovane, poi nelle traduzioni integrali. Inoltre ho frequentato il liceo classico, scuola da me desiderata. Mi sono quindi formata con questo immaginario legato al mondo greco e ai suoi personaggi».

Elena era bellissima. Secondo Francesca, forse proprio per questo è stata maltrattata. Nel mondo classico ci sono personaggi femminili eroici, grandiosi (Clitemnestra e Medea, per esempio), cui sono state dedicate opere sublimi.

Elena, no: è ignorata, o è vista solo come una sorta di «vuota superficie riflettente». Euripide scrive che quella giunta a Troia non era neanche Elena, ma solo un suo eidolon, un suo simulacro. Per Francesca è il giudizio più sprezzante che si possa dare di Elena: solo una sagoma di legno, e non una donna di carne.

Per questo, «ho voluto scrivere Memorie di una cagna: per cercare di dare una voce a Elena, e per ridarle il diritto delle sue scelte; non per difenderla, non è un personaggio positivo».

Insieme a lei, altre donne: Leda (la madre), Clitemnestra (la sorella), Callira (la schiava-amica-confidente), Andromaca (la cognata) e Cassandra (l’altra cognata, «un mio grande amore»). Il romanzo sembra privilegiare il lato femminile. Non che Francesca non fosse «interessata agli eroi maschili; ma scegliendo il punto di vista di Elena, ha parlato del mondo muliebre, limitando il resto: per esempio, nel libro ci sono poche descrizioni di battaglie, solo quelle cui assiste Elena».

Rispetto all’Iliade ci sono altre «infedeltà». D’altra parte Francesca non intendeva riscrivere Omero («non lo si fa, non lo si può fare, non si può ambire a farlo»). Narrando la storia a modo suo, ha seguito una linea ben precisa, più attinente alla probabile realtà.

Ecco il «saggio» Priamo che guarda con occhi lascivi alcune ballerine della Battriana, oltre alla nuora; (comunque Omero stesso narra delle 100 figlie e dei 50 figli nati dai regali lombi del buon re, che doveva avere altri interessi, oltre allo Stato). Il «prode» Menelao, a sua volta, è un uomo debole, schiacciato dall’ingombrante ombra del fratello Agamennone.

Per Francesca, un’altra coppia interessante è quella delle due sorelle, Clitemnestra ed Elena: come saranno state l’una per l’altra? Cosa avrà provato la seconda, per quanto bellissima, a essere sorella minore di Clitemnestra, donna forte, potente, così fuori dagli schemi di allora?

A proposito di infedeltà verso l’Iliade, parliamo di Troy, il kolossal del 2004. Francesca ama il cinema. Attese con impazienza l’uscita del film; trascinò tutta la famiglia a vederlo. Secondo lei, da una parte sono innegabili le imprecisioni, anche imbarazzanti (Achille con l’armatura da supereroe, i Troiani con le toghe), o i dialoghi ridicoli (accortosi di avere ucciso Patroclo e non Achille, Ettore-John Wayne, sentenzia «per oggi, basta così», e Ulisse annuisce a testa bassa). Però, il film coglie in molti passaggi lo spirito dell’Iliade, e alcuni rapporti sono messi bene in luce, come quello fra Ettore e Andromaca.

Nel poema (e nel film), violenza e sangue convivono con la poesia («leggendo l’Iliade, sembra di vedere uno splatter, un film di Tarantino»). Ed entrambi (poema e film) hanno la stessa funzione spettacolare: «per l’“audience” greca l’Iliade svolge il ruolo che per noi ha un blockbuster».

Se, oltre al cinema, Francesca ama anche la musica («basta sia bella: dalla grunge a Beethoven, nel mio mp3 c’è di tutto»), «la» passione è la scrittura. Le prime prove risalgono a quando era bambina: scriveva storie, arricchite da disegnini, con i personaggi dei cartoni animati, «una sorta di fanfiction». A 12 anni, il primo racconto, Una vita perfetta, una specie di giallo (genere mai più affrontato). Anche Memorie di una cagna iniziò come racconto, «poi mi sono trovata a scrivere, scrivere, scrivere».

Oltre a scrivere, ha letto molto. L’incontro con i modelli letterari per Francesca è stato frustrante. Crescendo con i classici e i migliori di oggi, «mi dicevo: io non posso scrivere così. Primo, non sono capace; secondo, non ha senso scrivere come un altro».
Oltre a García Márquez cui Francesca ha dedicato uno scaffale della sua libreria, la giovane scrittrice ama Calvino e la Yourcenar (letta la Yourcenar, ci si mormora: «io non scriverò più una parola in vita mia»). Qualcuno ha detto del suo libro che «è un chiaro tentativo di imitare le Memorie di Adriano»: peccato che «le abbia lette dopo aver scritto il mio libro, il cui titolo semmai è ispirato a Memorie di una geisha, di Arthur Golden, un altro dei miei eroi».

«L’e-book è utile, ma il libro è un’altra cosa
La seconda fatica di Francesca è Il rovescio del buio (Frassinelli), da poco in libreria. Marta, 18 anni, ha un fratellino di 14, Marco, malato di cancro. È la storia delle reazioni e dei rapporti che si creano in una famiglia che vive una realtà del genere. È la storia del fallimento dell’idea dell’amore, amicale, romantico, familiare, che si dice vinca su tutto, ma che crolla di fronte alla malattia di un ragazzino. «Abbiamo aspettative di vita così lunghe, ma sbatti contro la realtà di un quattordicenne con i giorni contati. Ho voluto confrontarmi con questo dramma». Entrambi i libri sono anche in versione e-book.

Il nuovo sistema di editoria «in teoria è una buona idea. In pratica io adoro i libri di carta. Li annuso anche; hanno un odore diverso a seconda dei paesi: in Italia, per il clima asciutto, i libri invecchiano bene, e hanno uno squisito profumo di zucchero bruciato».

Apri un libro antico della biblioteca di Oxford, e vedi tutte le sottolineature e gli appunti di generazioni di studenti; impossibile farlo sugli e-book.

Che sicuramente hanno lati positivi. Pensiamo a un archeologo nel deserto: senza portarsi dietro un’intera biblioteca, con il kindle è a posto.

«Sono andata in vacanza con un amico: io con uno zaino solo per i libri, lui con il kindle in tasca. Ho provato a leggere sul kindle: non affatica gli occhi ed è leggerissimo; ma c’è poco da fare, il libro è altro».

L’e-book è ecologico, mentre è alto il costo che i libri richiedono all’ambiente; ma con la carta riciclata e con inchiostri speciali i danni sarebbero limitati.

È difficile dire se l’e-book sarà il futuro. Ci sono cose che in passato sono state considerate il futuro, ma sono scomparse dalla scena; altre, su cui nessuno aveva scommesso, vivono con noi. Ci sono sopravvivenze inaspettate: tutti scattano foto digitali, ma i grandi fotografi proseguono con il sistema analogico.

L’e-book è tecnologia utile, anche solo per la conservazione e la divulgazione dei libri. «Nel “Progetto Gutenberg”, il primo testo scannerizzato è stata la Bibbia di Gutenberg. Bello averne una indistruttibile. Ma a Oxford, in una mostra di libri cartacei, mi sono incantata davanti a una Bibbia di Gutenberg; c’è poco da fare è diverso. Secondo me, il libro, quello vero, resisterà».

Che cos’è
Il Progetto Gutenberg, del 1971, vuole costituire una biblioteca elettronica liberamente accessibile, per «rompere le barriere dell’ignoranza e dell’analfabetismo». A gennaio 2011 il catalogo aveva oltre 33.000 titoli.

22/01/2012

Pienza (SI): Pio II, papa commediografo


Criside è una semisconosciuta commedia scritta dal famoso umanista senese Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), salito al soglio pontificio con il nome di Pio II nel 1458. E’ composta da diciotto scene divise in cinque atti; lo stile è quello satirico delle antiche opere comiche di Plauto e Terenzio, spesso citate nel testo in modo esplicito. Ma il modello di Piccolomini è anche il Boccaccio del Decamerone: la figura del cuoco Artrace ricorda infatti quella piu’ celebre di Chichibio con annesso riferimento diretto alla cena con coscia di gru.

La trama della commedia è piuttosto esile: due attempati chierici, Diofane e Teobolo, vengono piantati in asso da Criside e Cassina, due donne di “malaffare” con cui avevano concordato un incontro amoroso ai bagni pubblici. Le ragazze preferiscono le attenzioni di due amanti piu’ giovani, e imbastiscono un complicato intrigo per soddisfare le loro voglie amorose e non perdere i soldi dei due preti viziosi. Alla fine, dopo una serie di disavventure e colpi di scena, tutti i personaggi dell’opera si riterranno soddisfatti, con annessa irrisione della morale tradizionale (“la virtu’ va sudata”).

E’ curioso che una figura cosi’ importante nella storia della Chiesa - per via della sua opposizione all’espasionismo turco - abbia realizzato un lavoro cosi’ beffardo nei confronti dei valori cristiani e dell’ordinamento ecclesiastico. L’enigma è presto risolto: Piccolomini scrisse Criside quando era semplice segretario dell’imperatore Federico III a Norimberga, lontano mille miglia da qualsiasi tentazione di tipo religioso. All’epoca il giovane umanista era infatti immerso negli intrighi di corte, di cui diede una rappresentazione allegorica nei suoi lavori letterari del tempo. Non a caso, la storia di Criside descrive assai bene le miserie della vita cortigiana, dominata dalla lussuria e dall’avidità personale. L’intera commedia è priva di un qualsivoglia messaggio morale, e si limita semplicemente ad analizzare la triste realtà con perfido sarcasmo. Le volgarità abbondano, cosi’ come la sfacciataggine dei vari personaggi.

A livello stilistico, l’opera è chiaramente influenzata dagli autori teatrali classici: il testo è infatti scritto in latino e ordinato in senari giambici, modellati su quelli originali di Plauto. Spesso Piccolomini arriva ai limiti del plagio nei confronti di questo autore, addirittura usando le stesse espressioni dell’Aulularia o dell’Anfitrione. Il tutto pero’ viene svolto con grande eleganza, dimostrando una padronanza invidiabile di tempi e forme linguistiche antiche.

Nonostante la pregevole fattura, tuttavia, la commedia è rimasta sconosciuta al grande pubblico sino ai giorni nostri. Solo nel 1941 lo studioso Ireneo Sanesi ne rinvenne una copia nella biblioteca di Praga, e da allora le edizioni critiche del testo si contano comunque sulle dita di una mano. Perchè tutto questo disinteresse? Anzitutto va detto che lo stesso Piccolomini, una volta salito sul trono di Pietro, preferi’ nascondere le tracce della sua giovinezza dissoluta, censurando quelle opere che avrebbero potuto gettare piu’ di un’ombra sulla sua reputazione morale. Allo stesso tempo Criside non è un capolavoro letterario e la sua raffinatezza comunica poco al lettore moderno.

Allora perchè recuperarla? Perchè è una vivace foto a colori dell’epoca rinascimentale con i suoi vizi e le sue virtu’. E poi perchè è un piccolo monumento all’ingegno di uno dei piu’ grandi letterati del suo tempo. Inoltre è un po’ la risposta italiana a La Celestina, celebre opera quattrocentesca della letteratura spagnola giocata sugli stessi temi (intrighi amorosi, vecchi viziosi ecc.). Merita dunque un’esplorazione, magari con a fianco un testo originale di Plauto. Tanto per vedere sino a che punto potesse giungere l’ammirazione degli umanisti nei confronti dell’antichità classica. Non a caso, oggi si parla tanto di plagio: abbiamo avuto ottimi maestri.


Informazioni bibliografiche:

Titolo    Criside
Volume 2455 di Biblioteca universale Rizzoli
Volume 2455 di BUR (Series)
Autore    Pope Pius II
Curatore    Ettore Barelli
Editore    Rizzoli, 1968
Lunghezza    89 pagine

21/01/2012

Giglio Issola (GR): L'incredibile cuore dei gigliesi

L'incredibile cuore dei gigliesi. Pronti a tornare al nostro mondo
Lasciando perdere la cronaca e la dinamica dei fatti che sono già state pubblicate in tutte le salse, c’è un aspetto nella tragedia del naufragio di Costa Concordia, che rende orgogliosi tutti i gigliesi sparsi nel mondo. E’ la formidabile reazione della piccola comunità isolana di fronte ad un’emergenza piombata nello scorrere lento della vita gigliese, inaspettatamente, alle 10 della sera di un un anonimo e freddo venerdì invernale.
Una comunità di appena 800 anime che si è ritrovata all’improvviso sul porto e non ha indugiato un attimo nel farsi carico della sfortunata sorte di 4232 persone, metà delle quali parlavano lingue a lei sconosciute.
Provate a immaginare cosa significa per un sistema di servizi calibrato per meno di un migliaio di cittadini trovarsi a rispondere alle esigenze di più di 4.000 naufraghi. Eppure laddove la scarsa capacità ricettiva invernale sarebbe sembrata a logica un ostacolo, il cuore l’ha fatta da padrone e così i gigliesi di ogni età si sono rimboccati le maniche e in poche decine di minuti si sono spalancate per quei disperati le porte di asili, scuole, chiese ed abitazioni private. La maggioranza delle famiglie si è portata a casa alcuni tra i più bisognosi.
Nell’immaginabile caos della disperazione gli uomini si sono ritrovati ad accogliere i naufraghi sul molo e le donne in farmacia a distribuire medicinali. E poi giovani in pronto soccorso e sulle ambulanze ad aiutare i sanitari e per strada a distribuire coperte e viveri di prima necessità. I bar, negozi e alberghi chiusi hanno aperto i battenti offrendo riparo ed un po’ di conforto. Gli autobus hanno fatto la spola con il Castello mentre i traghetti iniziavano l’andata e ritorno con l’Argentario con il personale di bordo incurante del necessario riposo! E così mentre le forze dell’ordine insieme a volontari e amministratori continuavano a prelevare i naufraghi dalla Concordia, la gente del Giglio si è prodigata in una straordinaria ed inenarrabile azione umanitaria.
Nell’adrenalinica frenesia del portare aiuto, il tempo è scorso in un baleno e quando le navi al mattino hanno portato “in Continente” gli ultimi naufraghi, la semplice ma impareggiabile gente del Giglio si è avviata con il sorriso sulle labbra alle proprie abitazioni per tornare all’ordinaria quotidianità, quasi inconsapevole di aver contribuito con piccoli e straordinari gesti a rendere tutti noi assolutamente orgogliosi di esser figli di questa granitica terra isolana!

20/01/2012

Lucca: Sara Casotti

 

Sara Casotti

FLAVIA PICCINNI per loschermo

Pensilina Vonnegut non è una persona, né un’idea. Non è un luogo. Non solo, almeno. "Pensilina Vonnegut" – che prende il nome dell’indimenticato scrittore americano Kurt Vonnegut -  è un po’ tutte e tre le cose. E, forse, davvero nessuna.

È un nascondiglio, non troppo segreto a dir la verità, dove vengono lasciati i libri, tutti i tipi di libri a patto che siano belli, e dove si intrecciano le storie di Lara, Marco e Cristina, che non potrebbero essere più diversi eppure amano, odiano, si smarriscono e cercano di ritrovarsi alla stessa maniera.

E sta tutta qui – in un gorgo di emozioni, di paure e di occasioni – la bravura della lucchese Sara Casotti, qui al suo primo romanzo, che ormai dieci anni fa ha lasciato la sua Toscana per trasferirsi a Milano. Adesso Casotti, dopo una laurea in scienze della comunicazione all’Università di Siena e aver frequentato il prestigiosoHunter College di New York, scrive per la televisione.

Ha firmato programmi per Mtv e Rai2, ma la sua prosa è quella incontaminata e necessaria di una scrittrice ambiziosa che guarda al mondo con curiosità e attesa. La sua è una scrittura priva di quei giochetti da quattro soldi da cui metteva in guardia Carver, ed è in grado di imprigionare la vita in una battuta, in uno sguardo, in un gesto. È in grado di imprigionare in un libro, che in realtà è un’epopea sul libro perché si nutre di storie di romanzi tanto quanto della disperazione delle “vite degli altri”, il perché a volte ci capita di imbatterci in “qualcosa di piccolo e insignificante che, proprio nel suo essere niente” ci ricorda di essere vivi. Il perché “anche quando sei sicuro che qualcosa sia in un posto continui a cercare lì anche contro l’evidenza”.

Il perché, insomma, la vita sia così incomprensibile e, a tratti, perfino meravigliosa.

Fra personaggi che vivono nelle loro assurde ossessioni, come l’ingegnere Luciano, e che fuggono dalla realtà per abitare esclusivamente il passato, come nonno Pietro, Sara Casotti con Pensilina Vonnegut firma un romanzo intenso e toccante fin dal memorabile dialogo iniziale - “Lo sai che non ho mai fatto un pupazzo di neve?” “Nemmeno io” “Secondo te, quanta neve serve?” “Se nevicasse tutta la notte…” “Non ce ne sarà abbastanza. Domani pioverà e si scioglierà tutto” “E allora faremo pupazzi di pioggia” - ed è certo che di lei si sentirà presto, e sicuramente bene, ancora parlare.


Il libro - pubblicato dall'editore abruzzese Di Felice, dopo aver vinto il premio internazionale per inediti "Città di Martinsicuro" - sarà presentato dal direttore de LoSchermo.it Stefano Giuntini domenica 22 gennaio alle 17 alla libreria "LuccaLibri" di Corso Garibaldi. A leggere brani tratti dal libro ci sarà l'attrice Cristina Puccinelli e nel corso della presentazione verrà proiettato il book trailer del libro girato dalla regista Jennifer Keber con Rossella Canevari (interpreta Lara), Marco Continanza (Marco), Giulia di Fonzo (Sabrina), Giulia Hauff (Cristina). Sarà presente l’autrice.

 


Pisa: Gian Alfonso Pacinotti

 

GRAZIELLA TETA per toscanaoggi

Sono tornati gli alieni. Dopo un lungo periodo silente, considerati ormai fuori moda, snobbati da libri, cinema, tv e perfino ignorati dalle bufale giornalistiche, gli extraterrestri sono comparsi prima in Toscana, poi al Lido di Venezia. Sono venuti a ricordarci come si sta al mondo, il nostro, rispolverando coscienze ammuffite ed emozioni sopite degli italiani stanchi e disillusi. Benvenuti, dunque, esserini grigi, con testa extra-size e neri occhioni dolci, capaci di farci riscoprire valori e senso della vita.

Tutto merito del pisano Gian Alfonso Pacinotti, pluripremiato autore di storie a fumetti – noto come Gipi – novello regista de «L’ultimo terrestre», suo primo film presentato in concorso ufficiale alla 68ª Mostra internazionale del Cinema di Venezia, dove è stato ben accolto, suscitando l’attenzione di giornalisti e critici prima, e l’interesse del pubblico poi che, dopo i passaggi nelle sale, oggi può vedere i suoi alieni anche in dvd e blu-ray.

La storia (liberamente ispirata al racconto a fumetti «Nessuno mi farà del male» di Giacomo Monti) si svolge alla vigilia dell’arrivo di una civiltà extraterrestre sulla Terra. Arrivo annunciato dai governi, con notizia data in tv in seconda serata, accolta senza entusiasmo né spavento. Gli extraterrestri (esploratori non conquistatori) trovano un Paese stanco e disilluso, afflitto da una crisi economica conclamata. Le reazioni delle persone al loro sbarco sono varie: da quella razzista («adesso ci ruberanno il lavoro, come hanno fatto i cinesi prima di loro!») alle strampalate interpretazioni mistico-religiose, ma è l’indifferenza a prevalere.

Protagonista della storia è Luca Bertacci (interpretato dall’attore esordiente Gabriele Spinelli, pure lui toscano, già collaboratore di Pacinotti come operatore e montatore). È un uomo solo, cresciuto con un’idea alterata delle donne e dell’amore, con grandi problemi relazionali; lavora come cameriere in una sala bingo (è quella di Navacchio, in provincia di Pisa); vive in un appartamento triste come lui; ha un anziano padre amato-odiato (impersonato dal grande Roberto Herlitzka) che, dopo anni di solitudine, accoglie volentieri in casa una gentile extraterrestre dalle mani d’oro (che si rivela una casalinga perfetta). Un piccolo evento, la morte del gatto della giovane dirimpettaia (di cui Luca è segretamente attratto, ma fa di tutto per reprimere il sentimento nascente), che s’incrocia con l’arrivo degli alieni, mette in moto la vicenda e la vita dello «sfigato» Bertacci che, finalmente, s’illumina di nuove possibilità e speranze.

«I miei sono personaggi molto brutti, delle macchiette malvagie», commenta il regista Pacinotti, riferendosi agli umani. Invece i suoi extraterrestri sono davvero speciali: capaci soprattutto di saper distinguere «cosa è Bene e cosa è Male» (vi pare poco?), ed operare di conseguenza, ristabilendo verità e giustizia, aiutando i Buoni e facendo lo sgambetto ai Cattivi, curando miserie emozionali ed illuminando le vite con raggi di sole, come accade al protagonista sentimentalmente deficitario. Insomma, un film che fa riflettere, emozionare e perfino sorridere.

Fumettista di grande talento e sensibilità, Pacinotti – nato nel 1963 sotto il segno del Sagittario, ma giorno e mese, per chissà quale vezzo, restano segreti – è ben conosciuto per le sue opere, tra le quali «Esterno Notte», «Appunti per una storia di guerra» (premiato come Miglior fumetto dell’anno al Festival Internazionale di Angoulême nel 2006), «Questa è la stanza», la serie «Baci dalla Provincia», «S.», «La Mia Vita Disegnata Male», l’antologia «Diario di fiume» e «Verticali». Gipi è anche illustratore per quotidiani e settimanali (ha cominciato negli anni ’90 pubblicando vignette e racconti brevi sulla rivista satirica Cuore). Ha vissuto e lavorato a lungo in Francia, a Parigi, mantenendo sempre radici a Pisa, dove è tornato e dove vive la sua famiglia d’origine.

Il suo primo film l’ha fatto conoscere al grande pubblico: un’opera affine al suo mondo a fumetti abitato da vinti, invisibili ed esclusi, combinando l’ordinario con lo straordinario, il dramma con il grottesco. L’ha girato in cinque settimane, in particolare in Valdera e tra Pontedera, Pisa e Lucca (Fandango ha prodotto il film in collaborazione con Rai Cinema e la Toscana Film Commission), ed è facile per chi conosce la zona riconoscervi scorci e «location» familiari.

Nella girandola delle interviste di cui è stato subissato nei mesi scorsi ha rivelato che ha lavorato con un piccolo budget: «Sì, e per me è una bella cosa. Mi piacerebbe avere un po’ più di soldi la prossima volta, ma non tanti di più, perché se no uno si abbandona a cose futili», ha detto, aggiungendo che già sta lavorando al suo secondo film. Per lui i buoni sentimenti sono importanti: «Sono un romanticone», ammette, tanto che adora Frank Capra: «La vita è meravigliosa» è il suo film preferito («L’ho visto almeno dodici volte»). È consolante almeno immaginare che gli «ultimi» possano riscattarsi, come fa Luca, il protagonista del tuo film. Il quale riesce ad affrontare e a sciogliere nodi impegnativi, come quelli della colpa e del perdono: «L’idea era quella – spiega il regista – di far trasformare il personaggio, che si presenta come l’ultimo dei vermi, schiacciato da tutti e da tutto, e siccome, secondo me, le persone in fondo sono buone, finisce che ci si affeziona a lui». Infatti. E il lieto fine che tocca al suo personaggio non piove dal cielo insieme con gli alieni, ma è conquistato attraverso un appassionato viaggio interiore.

Quasi come Orson Welles ma al tempo del web

Per lanciare il film «L’ultimo terrestre», opera prima del pisano Gianni Pacinotti, la campagna promozionale si è ispirata al passato, ma utilizzando i moderni mezzi di comunicazione. Dapprima ha creato un sito di ufologia (Esseri di Luce - Visitatori dalla Pleiadi), senza alcun legame apparente con il film e con la presenza di diversi filmati di alieni. Poi ha aperto un omonimo profilo utente su YouTube con due video su un ipotetico avvistamento marziano in Italia e un altro video dove il TG3 annunciava l’arrivo degli extraterrestri. La trovata ricorda da vicino quella di Orson Welles, interprete del celebre sceneggiato radiofonico «La guerra dei mondi», trasmesso il 30 ottobre del 1938 negli Stati Uniti dalla CBS, tratto dal romanzo di fantascienza di H. George Wells. Trasmissione rimasta famosa per aver scatenato il panico descrivendo un’inesistente invasione aliena, nonostante gli avvisi trasmessi prima e dopo il programma radio, ma ignorati dalla gran parte degli ascoltatori.

In concomitanza con la presentazione all’ultima Mostra veneziana del film di Pacinotti, ancora su YouTube era stato caricato il video della trasmissione «La zanzara» (Radio 24) in cui il giornalista Giuseppe Cruciani risponde agli interventi degli ascoltatori sull’arrivo degli alieni. È sua la voce del conduttore che nel film annuncia lo sbarco marziano sulla Terra. Che avviene nell’indifferenza generale. Insomma, pare che nessuno creda più agli alieni. Non fanno effetto neppure al regista Pacinotti. In un’intervista a mymovies.it ha confessato: «Anni fa ero in aereo verso Parigi. Ho visto un globo di luce accanto alla fusoliera e ho pensato: toh, un Ufo. E mi sono rimesso a leggere».

 

Campi Bisenzio (FI): Il Prefetto

Il prefetto questo sconosciuto

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