Montelupo Fiorentino (FI): Antichi vasi per farmacie

La farmacia storica fiorentina. I “fornimenti” in maiolica di Montelupo

La mostra racconta le vicende relative alla nascita delle officine farmaceutiche, istituite negli ospedali nei conventi di quello che fu lo Stato fiorentino, allargando significativamente questa ricerca ai privati esercizi di spezieria (le antiche farmacie), operanti in Firenze ed in altre città della Toscana.
L’iniziativa pone in primo piano la partecipazione delle imprese ceramiche di Montelupo alla costruzione della complessa rete farmaceutica. La ceramica, resa impermeabile ai liquidi e di assai più facile pulizia attraverso la smaltatura (una pellicola ottenuta dalla fusione di silice, piombo e stagno ad oltre 900 gradi), venne a diffondersi sempre più largamente, ad iniziare dal XIV secolo, nelle botteghe degli “speziali”, i farmacisti dell’epoca.

Agli speziali, che, assieme ai medici, costituivano una potente corporazione nelle città medievali, era affidato il compito di preparare i medicamenti attraverso l’uso dei cosiddetti “semplici”, in gran parte derivati dal mondo vegetale, spesso arricchiti mediante la miscelazione di sostanze minerali (antimonio, arsenico), dei più vari derivati dal mondo animale (perle, coralli, corna di bue e di montone, scorpioni, vipere, etc.), e persino di resti umani (crani polverizzati) e bende di mummie.
I vasi a destinazione farmaceutica prodotti dalle fornaci di Montelupo entrarono a far parte di tutte le più importanti dotazioni di spezieria di Firenze già nel Quattrocento, nel momento stesso, cioè, in cui si venne a ricercare una nuova organizzazione dei laboratori, attorno ai quali si svilupparono sale di vendita monumentali, come quella di S. Maria Novella, ritenuta unanimemente la più bella e suggestiva d’Italia.
Le maioliche prodotte a Montelupo sono parte integrante delle più importanti imprese farmaceutiche fiorentine, da quella, grandissima, attiva nell’ospedale di S. Maria Nuova, che ne ricevette migliaia ogni anno, alle altre, aperte presso gli altri nosocomi dello Stato, come il Ceppo di Pistoia ed il S. Chiara di Pisa. Anche i maggiori conventi fiorentini, come quello di S. Marco ed il già citato S. Maria Novella istituirono tra il Cinque e il Seicento laboratori e sale di vendita, aperte anche all’utenza esterna, per le quali si dotarono di apposite serie di vasi maiolicati montelupini.
La grande novità della mostra è costituita dalla ricerca delle insegne sotto le quali operarono i privati esercizi di spezieria ed il legame che in tal modo è possibile ritrovare tra decorazione dei vasi e simbolo d’appartenenza (ad es. il re, il leone, il sole, l’arcangelo etc.).
La maggior parte delle ceramiche esposte nella sala delle mostre temporanee del Museo della Ceramica appartiene a prestigiose collezioni private, e viene mostrata al pubblico per la prima volta.
L’Iniziativa è promossa dalla Fondazione Museo di Montelupo in collaborazione con la Farmacia Storica di Santa Maria Novella.

La farmacia storica a cura del direttore del sistema museale di Montelupo, Fausto Berti

Nel corso del Duecento l’Europa mediterranea raccolse i frutti dello straordinario incremento demografico avviato nel secolo precedente: le città, rotti i vincoli delle diverse signorie territoriali, rappresentavano ormai il motore dell’economia e della cultura, ed il ritorno alla monetazione dell’oro nel 1252 a Firenze (poi a Venezia) venne a sottolineare in maniera emblematica l’inizio della nuova epoca.
Ma le città della nuova Europa, concentrazioni di uomini, di traffici e sedi del potere politico e religioso, si trovarono ben presto ad affrontare nuove sfide. Terminata la fase della crescita duecentesca, una serie continua di crisi economiche, accompagnate da feroci pandemie, si abbatté infatti sul continente. Memorabile a questo proposito l’epidemia di peste che, movendo dalle steppe eurasiatiche, attraversò da una capo all’altro l’Europa negli anni 1348-52, falcidiando più di un terzo della popolazione: così, come il luccichio dell’oro ci riporta agli anni del grande sviluppo, la “morte nera”, con il suo tragico seguito di lutti, annunciò i tempi nuovi e l’ouverture del secolo che fu chiamato “di ferro”.
Lo smarrimento e le paure di quei tempi, che non cessarono, per l’endemicità delle malattie, di assottigliare il patrimonio demografico continentale, furono però vinti da un nuovo senso della dignità. L’umanesimo, che ebbe tra i luoghi d’elezione Firenze, ponendo al fianco della storia trascendente l’azione concreta dell’uomo, che con fatica – ma con dignità ed intelligenza – costruisce il proprio destino, seppe trovare le energie per non soggiacere alla malattia.
Per quanto inevitabilmente legata ad una tradizione antica, che ignorava le cause del male fisico ed i suoi gli agenti patogeni, la nuova cultura scese in campo per combattere il degrado che la malattia provocava nel corpo sociale. Gli ospedali, nati come remedio animae di facoltosi fondatori e luoghi ove i poveri andavano a morire, si trasformarono nei presidi dai quali comprendere l’evoluzione pandemica dei mali e, finalmente, nei luoghi deputati a debellare le malattie.
La medicina, per quanto legata ad un’iterazione prescientifica della pratica sanitaria (le cosiddette “esperienze”) non si rassegnò all’ineluttabilità del destino, ed organizzò al meglio le proprie difese, lavorando sull’anatomia umana e sui ricettari dei medici antichi, gran parte dei quali tramandati alla posterità attraverso l’opera dei “filosofi” arabi.

La mostra di Montelupo racconta questa storia – il nuovo modo di combattere le malattie – attraverso l’ottica particolare dei vasi da farmacia, i contenitori in ceramica utilizzati per lo stoccaggio e la conservazione dei medicamenti.
La ceramica, resa impermeabile ai liquidi e di assai più facile pulizia attraverso la smaltatura (una pellicola ottenuta dalla fusione di silice, piombo e stagno ad oltre 900 gradi), venne a diffondersi sempre più largamente, ad iniziare dal XIV secolo, nelle botteghe degli “speziali”, i farmacisti dell’epoca. Agli speziali, che, assieme ai medici, costituivano una potente corporazione nelle città medievali, era affidato il compito di preparare i medicamenti attraverso l’uso dei cosiddetti “semplici”, in gran parte derivati dal mondo vegetale, spesso arricchiti mediante la miscelazione di sostanze minerali (antimonio, arsenico), dei più vari derivati dal mondo animale (perle, coralli, corna di bue e di montone, scorpioni, vipere, etc.), e persino di resti umani (crani polverizzati) e bende di mummie.
La diffidenza con la quale oggi si guarda a queste pratiche, in gran parte squalificate dalla scienza medica già ad iniziare dalla seconda metà del Settecento, non esclude – si veda la moderna erboristeria – che esse risultassero efficaci almeno nella cura di particolari malattie (ad esempio di quelle cutanee), ed esercitassero una funzione lenitiva dei più frequenti malanni. Il ruolo sociale di coloro i quali sapevano preparare questi “medicamenti” era comunque importante: i medici e gli speziali che preparavano la Teriaca di Andromaco, ritenuta il rimedio più efficace contro la peste, ad esempio, operavano in cerimonie che si tenevano nelle piazze delle maggiori città italiane e alla quali concorreva grande quantità di popolo.
Poiché gli speziali dovevano tenere le loro botteghe fornite di ogni tipo di medicamento – ed in particolare di tutti i farmaci ritenuti in grado di salvare la vita degli infermi – le spezierie si trasformarono già nel corso del Quattrocento in importanti esercizi commerciali, comprensivi di un laboratorio di preparazione dei prodotti e di una sala di vendita, e necessitavano perciò per la loro conduzione di consistenti capitali. Anche gli ospedali, che in data anteriore al XV secolo acquistavano i preparati medicinali dagli speziali, organizzarono in quel periodo importanti laboratori farmaceutici, e lo stesso fecero i maggiori conventi cittadini, dando vita ad imprese inizialmente poste a servizio di quelle istituzioni religiose, che poi vennero trasformandosi anche in senso commerciale.

La mostra di Montelupo sulla “Farmacia storica fiorentina” intende appunto ripercorrere questa storia, seguendo per questo la singolare documentazione consistente nella ceramica smaltata (la “maiolica”), che tutti i laboratori farmaceutici – siano stati essi privati esercizi di spezieria, ospedali o conventi – utilizzavano nella propria attività. La sala di vendita, rappresentando il luogo di contatto con il pubblico, si trasformò nel tempo in un ambiente carico di simboli e di suggestioni, ove immagini sacre, ma anche coccodrilli impagliati, draghi o delfini in legno pendevano dal soffitto e dalle pareti. Erano però i vasi maiolicati, con le serie composte dalle diverse forme di contenitore, a rappresentare la parte numericamente più consistente dell’arredo. Decine e decine di alberelli, vasi cilindrici destinati a contenere i semplici, le polveri od anche gli unguenti, facevano bella mostra di sé sugli scaffali monumentali delle diverse sale di vendita, unendosi agli utelli, grandi ampolle munite di un versatore nei quali si conservavano gli sciroppi e le sostanze liquide; in altre parti della sala troneggiavano i vasi di più grandi dimensioni, di solito dotati di duplici anse.
L’insieme delle ceramiche smaltate costituiva il “fornimento” della spezieria, e doveva rispondere ad una duplice esigenza: da un lato doveva essere funzionale, garantire cioè lo stoccaggio e la conservazione dei farmaci prodotti, dall’altro impressionare l’avventore per il numero, l’imponenza e la bellezza della dotazione.
Per conferire autorevolezza e prestigio della spezieria, questi vasi erano variamente dipinti: talvolta – replicandola su gran parte del “fornimento” – si utilizzava l’insegna dell’esercizio (una figura regale era “all’insegna del re”), oppure si sceglievano figurazioni dense di simbolismo (i santi Cosma e Damiano come “santi medici”, le “fontane della salute”, il drago, etc.), oppure immagini di santi (S. Gerolamo, S. Francesco, S. Cristoforo), di sacri protettori (l’arcangelo Gabriele) o di semplici luoghi della città, ove si trovava la spezieria (la colonna, per il “canto alla colonna”, una testa turchesca per il “canto del moro”, etc.). Gli ospedali ed i conventi, per quanto apparentemente non interessati a questo meccanismo celebrativo, non mancarono di corrispondere da par loro all’opportunità di conferire distinzione e bellezza ai loro “fornimenti” ceramici, per abbellire i quali impiegarono i loro segni distintivi (oggi diremmo “il logo” dell’istituzione) in suggestive varianti, oppure (i conventi) intesero richiamare i fondatori o l’ordine di appartenenza.

Oltre ad introdurre un approccio “storico” alla documentazione la mostra (ed il catalogo che l’accompagna), intende dare conto del coinvolgimento plurisecolare delle botteghe ceramiche di Montelupo nella vita economica e civile di Firenze, evidenziando come nelle forniture vascolari di tutti i maggiori esercizi di spezieria privati, ma anche nelle dotazioni ceramiche dei grandi ospedali e dei maggiori conventi cittadini, sia possibile ritrovare l’impronta delle fornaci del centro valdarnese.
Già sul finire del Quattrocento, infatti, la fabbricazione della maiolica “fiorentina” si concentrò progressivamente nelle imprese dei vasai montelupini, che potevano contare su un’eccellente collocazione nella rete regionale dei trasporti: le fornaci di Montelupo, poste sulla riva sinistra dell’Arno, utilizzavano infatti con grande facilità la via fluviale per inviare i loro prodotti agli scali marittimi dai quali si alimentava il mercato internazionale della ceramica. Il peso specifico delle fornaci montelupine, favorite anche dal coinvolgimento dei mercanti-imprenditori della Dominante nelle sue imprese ceramiche (ed in particolare dalla famiglia Antinori), venne così ad accrescersi in maniera esponenziale, sino a rappresentare, sul finire del Cinquecento, quella “fiorentinità” che precedentemente aveva condiviso con gli altri centri di fabbrica del contado.
Proprio nel corso del Cinquecento il numero delle spezierie aumentò vistosamente, sino a farsi ancor più consistente, specie per quanto attiene i laboratori ospedalieri e quelli conventuali, nel secolo successivo. E’ infatti nel Seicento – e specialmente nel lungo periodo 1618-65, tormentato dal diffondersi di varie e pericolose malattie – che l’organizzazione statale favorì la fondazione o l’incremento di nuovi e più attrezzati laboratori, allo scopo di affrontare quella drammatica sequenza di pandemie che, mettendo in ginocchio l’economia e la società civile, avrebbero potuto determinare anche il sovvertimento dell’ordine costituito.
Le fornaci di Montelupo si trovarono così a fronteggiare il moltiplicarsi degli ordinativi Si può addirittura affermare che nel corso del Seicento la produzione vascolare a destinazione farmaceutica, assieme ad alcune commesse della corte medicea per pavimenti maiolicati ed altre imprese minori, abbia rappresentato per il centro ceramico valdarnese l’ultima occasione di rinascita: per almeno due secoli, dunque, le botteghe montelupine si trovarono ad esercitare una sorta di monopolio sulle forniture vascolari a destinazione farmaceutica dello Stato fiorentino. In queste condizioni era facile per quei ceramisti accreditarsi addirittura come “vasai di casa” presso i grandi ospedali ed i conventi cittadini.

La mostra di Montelupo ripercorre puntualmente questi avvenimenti con il ricorso alle raccolte museali, gran parte delle quali appartenenti al Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza (già collezioni Cora e Fanfani), ma anche grazie a numerosi collezionisti privati, che custodiscono maioliche di grande pregio, sia per la qualità estetica dei manufatti, che per il loro valore storico. Gran parte dei documenti esposti risulta così inedita, e costituisce una vera sorpresa per i molteplici richiami che presenta alla storia di molte istituzioni sanitarie della Toscana rinascimentale e moderna.
L’esposizione comprende oltre 80 maioliche da farmacia, che si riferiscono ad una quarantina di esercizi di spezieria, gran parte dei quali di natura privata ed altrimenti ignote e non documentabili per la loro storia ed attività. Tra queste vi sono imprese famose, come la “spezieria delle rondini”, che fu condotta da Matteo Palmieri, o quella all’insegna del Re, che appartenne a Matteo di Marco Parenti, autore di una nota cronaca fiorentina: mentre lavorava nella sua bottega di speziale, riempiendo i suoi vasi montelupini, ebbe modo di tramandarci, tra l’altro, tutte le fasi della costruzione del vicino palazzo degli Strozzi.

Per informazioni sulla festa della ceramica: www.festaceramica.it

Montelupo Fiorentino (FI): Antichi vasi per farmacieultima modifica: 2010-06-22T15:38:06+02:00da minobezzi1
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