Montespertoli (FI): Il Podere Virginiolo

Paolo Rossi per l’acquabuona

C’è un posto a cavallo tra Montespertoli e Certaldo che non ti aspetti. E se non ci vai di proposito è davvero difficile che ti riesca di passarci, tanto è nascosto nella campagna fiorentina tra salite, svolte improvvise, borghi di quattro case, campi, boschi e vigneti. È un posto particolare perché in fondo alla valle del torrente Virginio, spalleggiato da vigne e uliveti, e protetto dal bosco, puoi trovare un vecchio fienile trasformato in chiesina. E una casa colonica divenuta centro di spiritualità francescana. Qui la gente viene per respirare in silenzio, per ascoltare il ruscello che scorre anche d’estate, per prendere una boccata d’aria in più, per riposare l’anima.

E intorno alla chiesina il tipico paesaggio chiantigiano, non stravolto dalla monocoltura: campi, vigna, oliveto, bosco. Qui il vino lo si è sempre fatto, ma fino a qualche anno fa lo si faceva un po’ come veniva, puntando più a riempire le cisterne che a fare una cosa buona. I tempi sono cambiati, e alla comunità del Virginiolo hanno fatto una scelta: se volevano riuscire a vendere anche fuori il loro vino per poter sovvenzionare le opere della comunità, c’era da cambiare rotta. Ed ecco che Piero, un agronomo del posto, si rimbocca le maniche: si sarebbe prestato lui a dare una svolta in vigna e in cantina.

Arrivo di mattina e la sua macchina è già parcheggiata davanti alla cantina. Ma non vuole iniziare da qui. Mi conduce fuori e iniziamo a salire un vialetto lungo la collina, mentre mi racconta la storia del podere. È il 1968 quando questa proprietà di 32 ettari viene acquistata, sotto la guida di Demarista Parretti, per farne un centro di spiritualità. A cavallo tra i comuni di Certaldo e Montespertoli, è un classico podere misto, con boschi, seminativi, olivi, e le viti “maritate” ai pioppi. Nel 1970 vengono impiantati 6 ettari di vigneto, con sangiovese, malvasia, trebbiano, canaiolo, colorino. La cantina invece nasce nel 1972, e tutta la gestione viene portata avanti con il volontariato.

Siamo arrivati in cima a una collinetta, da cui si può vedere buona parte del podere: Piero mi indica le vigne, e mi dice che adesso si stanno facendo grossi cambiamenti. Le vigne in produzione sono ad oggi 4 ettari, più due impiantati da un anno, e un nuovo scasso che verrà impiantato in primavera. Anche nei vitigni scelti per la messa a dimora ci sono alcune novità, che raccontano di nuovi progetti: accanto al sangiovese, ecco il trebbiano e il san colombano in prospettiva del vin santo, poi un po’ di sauvignon (che con il trebbiano darà origine al muffato). La gamma è già oggi assai ampia; Chianti base, Chianti Riserva, Merlot, Rosato, Passito e Bianco. E in cantiere c’è anche un passito di sangiovese, alla maniera dell’occhio di pernice, oltre che l’iscrizione di alcune particelle per la denominazione “Vin Santo del Chianti”. La svolta è partita nel 2006, e sono tanti i progetti per questa terra. Le vigne dovrebbero arrivare a 10 ettari, e in più si sta cercando di far conoscere l’olio prodotto con gli 800 ulivi del podere (le cultivar sono le classiche: frantoiano, moraiolo, leccino).

“Non credo molto alle certificazioni – racconta Piero – , ma punto a un uso mirato e oculato dei prodotti. L’impegno maggiore è quello di fare in modo che non ci siano residui di fitofarmaci nelle uve, e anche in cantina cerchiamo di adottare sistemi meno invasivi possibile.”

La maggior parte delle vigne ha un’esposizione a sudovest e, trovandosi con il colle di Lucardo alle spalle (una delle alture maggiori in Chianti), l’escursione termica tra la notte e il giorno è assicurata. In più, la zona fresca fa sì che qui le vendemmie siano assai tardive (con i vitigni chiantigiani non si inizia mai prima del primo ottobre).

Ecco, ora che mi ha fatto vedere tutto dall’alto, mi accompagna alla cantina. Non ci si aspetti il fascino di una antica cantina scavata nella roccia, o gli effetti speciali di quelle disegnate da famosi architetti. È una cantina degli anni settanta e non fa nulla per nasconderlo. Assai spartana, ma ampia, con in dote una notevole batteria di vasche in cemento invetriato (qui la fermentazione dura una ventina di giorni, con temperature che non superano i 26-27 gradi e due rimontaggi al giorno). Ecco i tonneaux da 750 litri, dove il Chianti affina per un anno nella versione base e due per la riserva. In un locale accanto, sono stati da poco riposti i cannicci usati per far appassire le uve. “Adesso, per fare l’Ambrato, le uve stanno ad appassire un mese, ma quando avremo l’iscrizione per il Vin Santo del Chianti, le porteremo da vendemmia fino a gennaio”, dice Piero con orgoglio, sempre proiettato verso il futuro. “Da 100 chilogrammi di uva, dopo 4 anni di caratello otteniamo 25-30 litri di passito. Se uno vuole la qualità, deve esser pronto a queste rese”. Si vede proprio che il tema del vino passito sta a cuore a Piero. Il perché lo comprenderò solo in seguito, all’assaggio.

I vini

Cinque i vini assaggiati del Podere Virginiolo; vini che testimoniano un percorso di ricerca di definizione, non senza qualche incertezza o eccesso da smussare. Eccoli qua.

Rosato 2009 IGT, 13%

100% sangiovese, ha uno splendido colore rosa cerasuolo brillante. Il primo campione assaggiato non era purtroppo indicativo al livello dei profumi a causa di un problema, ma una seconda bottiglia aperta in seguito ha permesso di valutare il lato olfattivo, con un naso discreto di frutta rossa. In bocca il vino si è rivelato potente e strutturato, sostenuto da una buona acidità che lo rende un vino interessante, in grado di reggere piatti di pesce assai robusti, e perché no anche i salumi.

Chianti DOCG 2008, 13,5%

Sangiovese, colorino e canaiolo, vinificato in cemento e affinato 12 mesi in tonneaux da 750 litri. Rubino di buona trasparenza, dà come primo impatto al naso una sensazione vanigliata che copre forse eccessivamente i sentori primari propri dei tre vitigni chiantigiani. Emerge poi la frutta rossa matura, in un contesto di morbidezza, che si conferma anche in bocca ma si fa più interessante per la buona struttura e i tannini che, se da un lato sono ancora da smussare, dall’altro rendono il vino “propositivo” per l’abbinamento con le carni. Buona la persistenza in bocca e la sapidità. Nel bicchiere, dopo alcuni minuti emergono interessanti richiami alla liquirizia. Forse, per un Chianti base di quel territorio, ci si aspetterebbe minor presenza di note legnose, per lasciar più spazio al frutto.

Merlot IGT 2008, 13%

Rubino intenso ma ancora trasparente, della batteria in assaggio è il vino che è parso maggiormente bisognoso di una messa a punto. Il naso è molto nervoso e dominato da note vegetali, che lasciano solo ristretti spazi ad altri sentori, come ad esempio il tabacco. Anche in bocca si rivela leggermente “acerbo” e scorbutico, con un corpo e una lunghezza non impressionanti. Ben bilanciata invece l’acidità. Forse ha bisogno ancora di tempo, sia in cantina, sia in vigna, dove le viti ancora assai giovani hanno bisogno di qualche anno per esprimersi con con un passo più autorevole.

Chianti DOCG Riserva 2006, 13%

Stesso uvaggio del Chianti base, con ben 24 mesi di affinamento in legno e un anno in bottiglia. Un vino che ha colpito gli assaggiatori: ci si sarebbe aspettati una presenza invasiva del legno, invece qui ci si trova davanti a un rosso elegante e bilanciatissimo. Rubino pieno e consistente, senza cedimenti, con un naso discreto e tipicamente chiantigiano, in bocca conferma le sensazioni olfattive di equilibrio, con una ottima bevibilità, sapidità, e un tannino che pulisce la bocca e rilancia. Di notevole lunghezza, rivela nel finale anche una componente “scura”, terrosa. Un vino che non stanca e che anzi chiede nuovi sorsi.

Ambrato vendemmia tardiva IGT 2006, 13,5%

Da uve trebbiano, si presenta dorato carico, denso nel bicchiere. Il naso lascia stupiti per la complessità e la piacevolezza. Ricorda il rhum invecchiato, la crema, la pasticceria, e poi componenti più complesse come il fungo secco, la mandorla, con eleganti note “vinsantesche”. In bocca è denso, quasi viscoso, e riesce a bilanciare bene dolcezza e acidità. È un vino che sorprende con sempre nuovi rimandi olfattivi, con note di albicocca, uva sultanina, e l’eleganza delle note ossidative a chiudere in un finale lunghissimo. Un vino splendido.

Non ci resta che augurare agli amici del Podere Virginiolo una sempre maggiore definizione territoriale e personalità dei loro vini. È bello poter ritrovare qui, in chiave moderna, il principio di quell’antico “Ora et labora”, in cui la dignità del lavoro va di pari passo alla cura dello spirito. Torneremo di sicuro a trovarli fra qualche anno, quando sarà pronto l’attesissimo Vin Santo.

Podere Virginiolo, presso Opera Francescana della Pietà, via del Virginiolo, Montespertoli (FI)

Vini assaggiati nel gennaio 2011 presso l’Enoteca Vinelia, Camaiore. 0584/981543

Montespertoli (FI): Il Podere Virginioloultima modifica: 2011-03-03T16:23:48+01:00da minobezzi1
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