Empoli (FI): Riciclaggio ora diventa industriale

 

Valerio Caramassi, Presidente di Revet Spa di Empoli per greenreport

Gli analisti sono concordi nel prevedere per il 2011 una crescita dell’economia mondiale del 4%. Questa percentuale non e’ lontana da quella registrata prima della grande crisi avviatasi con la bolla dei subprime americani nell’estate 2007. Ma e’ la composizione geografica che si e’ radicalmente modificata disassando investimenti, produzione e commerci dall’occidente (Usa, Canada e Europa) ai cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) e anche a parte dei Paesi Africani, come ha evidenziato il recente summit di Davos. Sopra la media mondiale viaggiano dunque non solo le economie fino a poco fa chiamate emergenti (la Cina è tornata a veleggiare attorno al 10%), ma anche quelle di Paesi come Vietnam, Etiopia, Thailandia.

Anche la solitaria locomotiva europea, la Germania, ha chiuso il 2010 con un pur apprezzabile 3,6%. E gli sforzi di Obama hanno prodotto negli Usa un 3% nell’anno che abbiamo alle spalle. La media Ue e’ stata del 2%. L’italia, che da 15 anni ha una crescita asfittica ha chiuso il 2010 con un 1% e attorno a quella percentuale e’ previsto che cresca anche nell’anno in corso. Idem per la Toscana, secondo le stime dell’Irpet.

Al netto di tutte le considerazioni sui problemi derivati dalla rivoluzione informatica che ha reso le transazioni finanziarie globali incontrollabili, ancorché ancora prive di quelle pluriannunciate regole, ciò che si nota e’ che la manifattura, alla faccia delle ideologie postindustrialiste decantate per un ventennio, determina ancora, e di più, la solidità delle singole economie. Germania in testa e Italia al secondo posto.

Ciò a cui si assite pero’ e’ una profonda ridislocazione geoafica delle produzioni che determina un altrettanto profondo disassamento dei flussi di energia e dei flussi di materia che alimentano il metabolismo economico. Se i “Bric” sono definiti la fabbrica del mondo insomma, vuol dire anche che e’ in quei Paesi che si determinano gli utilizzi di energia e di materia incorporate nei prodotti che inondano i mercati occidentali.  E dunque vuol dire che, al netto della speculazione finanziaria sulle commodities (materie prime, appunto), e’ li che la domanda di energia e di materia e’ in tumultuosa crescita.

Ciò ha rivoluzionato,  e sta rivoluzionando, insieme ai mercati anche i prezzi. Mentre la speculazione finanziaria rende evanescenti i riferimenti basati sulla domanda e sull’offerta, altrettanto non e’ per i flussi fisici. Questi sono ben visibili e quantificabili.  E hanno scatenato una vera corsa all’accaparramento strategico non solo delle cosiddette “terre rare” (materie che alimentano l’hardware delle nostre società informatizzate), ma anche delle materie classiche come rame, carbone, zinco, ecc….Per non parlare delle commodities alimentari il cui impatto con i futures sta provocando i sussulti che vediamo in questi giorni nei Paesi del nordafrica.

La questione delle materie prime si e’ fatta così acuta che persino la Commissione Europea ha redatto un documento strategico che mira a rendere governabile questo ingrediente indispensabile a qualsiasi metabolismo economico.

E’ vero che il problema delle materie prime, rispetto a quello energetico, scorre silenziosamente e in modo inosservato dai media. Ma e’ anche vero che se non recupera velocemente l’attenzione dovuta (almeno l’attenzione riservata all’energia), il rischio per l’economia europea e’ quello di andare incontro a potentissimi fattori traumatici. Per questo il vicepresidente della Commissione Europea Tajani ha più volte indicato nel risparmio di materia (in parallelo con il risparmio energetico) e nel riciclo (in parallelo con la produzione di energia da fonti rinnovabili), insieme ovviamente a politiche strategiche di approvvigionamento, i fulcri di una nuova politica industriale.

La questione riguarda, ovviamente, anche l’Italia. E riguarda, altrettanto ovviamente, anche la Toscana.

Anni di esasperata ed unilaterale attenzione a tutto ciò che non era industria (e con essa di svalorizzazione del lavoro manuale),  insieme ad un indebolimento oltremisura dell’apparato produttivo regionale, hanno ridotto il contributo di questo settore al Pil regionale a poco più’ del 17%. Postindustrialismo e antindustrialismo non hanno affatto prodotto una maggiore sostenibilita’ ambientale, bensì hanno prodotto svarioni proprio nel governo (e nel consumo) del territorio accompagnati da un indebolimento della ricerca applicata. Su questo punto, tra l’altro, non guasterebbe una riflessione anche dei movimenti ambientalisti.

Il clima determinatosi con l’insediamento della nuova giunta regionale sembra  a questo proposito, e comunque, cambiato.

La situazione economica della Toscana, pur difficile, sembra propizia per abbandonare vecchi schemi che hanno contrapposto industria e sostenibilita’ ambientale. E il tema delle materie prime e delle materie prime seconde può essere l’anello di congiunzione fino ad oggi ignorato.

Il riciclaggio non e’ (solo) salvaguardia e sostenibilita’ ambientale. Il riciclaggio e’ soprattutto nuova politica industriale. La green economy non e’ (solo) sviluppo dell’energia rinnovabile bensì e’ (soprattutto) sviluppo delle filiere di riciclaggio di materia. Innanzitutto di quella materia (quasi 900 mila tonnellate/anno di raccolta differenziata) che può rimanere in Toscana e può essere indirizzata proficuamente ad alimentare filiere di produzione sostenibile. Ma anche di quella materia per cui continuiamo a deturpare colline avendone a disposizione altrettanta derivata dai nostri processi produttivi.

I protocolli recentemente firmati fra Regione Toscana, Anci, Conai e Revet che mirano a promuovere la ricerca, il riciclaggio e  incentivare gli acquisti verdi non sono annoverabili (solo) nel capitolo delle politiche ambientali e di gestione sostenibile dei rifiuti. Rappresentano a tutti gli effetti  una nuova politica industriale.

Non solo quando si parla di arredamenti per esterni destinati agli acquisti verdi delle amministrazioni comunali, ma sopratutto quando si parla di produzione di particolari per automotive destinati ad essere montati sulla vespa e sugli Mp3 della Piaggio. Non solo quando si parla si riutilizzo nella bioedilizia del vetro che non può essere avviato alle vetrerie, ma soprattutto quando si parla di pannelli fonoassorbenti destinati alla ambientalizzazione delle opere stradali e autostradali. Non solo quando si parla di profilati cavi per prefabbricati indirizzati a situazioni di protezione civile, ma soprattutto quando si parla di articoli nel settore “consumer” destinati al circuito commerciale regionale. I ri-prodotti in Toscana, in questo caso possono andare davvero “da casa a casa”. E in questo modo, non solo si indica un virtuoso percorso pedagogico (si rivedono gli sforzi fatti per differenziare i rifiuti), ma si pratica e si inaugura appunto, una nuova fase della programmazione regionale: quella dell’industria sostenibile.

 
Empoli (FI): Riciclaggio ora diventa industrialeultima modifica: 2011-02-17T17:36:00+01:00da minobezzi1
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