San Gimignano (SI): Vernaccia e Poully-Fuissé

Riccardo Farchioni per lacquabona 

 

L’ennesima puntata del confronto-studio fra la Vernaccia di San Gimignano ed un “collega” estero in bianco, organizzata come sempre dal Consorzio di tutela della denominazione che si è avvalso quest’anno del sostegno “culturale” di Giampaolo Gravina (vice curatore de I Vini d’Italia de L’espresso) ha avuto quest’anno come protagonista il vino borgognone forse più noto prodotto al di fuori della “mitica” Cote d’Or, ossia il Pouilly-Fuissé.

220 Km a sud di Chablis, 130 a sud di Digione, 80 a sud di Beaune, dieci a nord del Beaujolais, dove termina anche il dominio dello chardonnay, quella che è senz’altro l’Appellation di maggior prestigio della regione del Mâconnais è stata istituita nel 1929 e si estende su 760 ettari e quattro comuni ad ovest della cittadina di Macon (Fuissé, Solutré-Pouilly, Vergisson e Chaintré). Contraddistinta da una forte parcellizzazione delle proprietà, è caratterizzata da un clima non troppo continentale che vede qui il maestrale iniziare la sua corsa fino a Marsiglia, con una forte escursione termica fra agosto e settembre. I terreni sono scuri, di matrice argilloso-calcarea; le rese imposte sono piuttosto basse (perlomeno sugli standard italiani), 60 quintali per ettaro che danno luogo a cinque milioni di bottiglie l’anno.

Il Poilly-Fuissé ha avuto una storia forse un pochino sonnacchiosa fino alla svolta dovuta ad Jean Marie Guffens, un belga arrivato fine anni ‘70 che ne ha rivoluzionato il panorama, i metodi, le gerarchie, preparando al grande successo che questo vino avrebbe avuto nel mondo anglosassone negli anno ‘80. Ma la sua storia comprende anche un capitolo italiano il cui titolo potrebbe essere il nome di Fabio Montrasi che, astemio fino a 27 anni con un rapporto con la campagna pressoché nullo, doveva diventare architetto a Milano e si è invece ritrovato vignaiolo in Borgogna quindici anni fa per caso, per una passione scatenata durante una cena, dove due protagonisti riassumevano tutta la loro attenzione per la vigna (Philippe Vallet) e  (Jean Marie Guffens) per la cantina, legno compreso,  con la sdrammatizzazione del ruolo di questo fantasma, mostro, pericolo per l’integrità del vino.

Da qui, un percorso che lo ha portato ai metodi biodinamici, per la coltivazione dei suoi terreni di origini geologiche antiche, diversamente dall’alta Borgogna non sedimentari ma cristallini e granitici, di una povertà incompatibile con un inerbimento spontaneo, ed all’uso delle botti grandi (30 ettolitri) affiancate alle barrique da 228 litri e ai tonneaux da 400. Un approccio che ha connotazioni per certi versi comuni all’altro vignaiolo d’oltralpe intervenuto a San Gimignano, Phillippe Vallet: poco lavoro sul suolo, limitazione per l’erba perché troppo concorrenziale, ma niente chimica (né zolfo), più ombra possibile sulla terra, incentivo alla presenza di funghi e microorganismi che lavorano il suolo, barrique usate fino a 15 anni, rinnovate per il 7-8 % ogni anno. Un lavoro che punta molto sulla digeribilità del vino.

San Gimignano (SI): Vernaccia e Poully-Fuisséultima modifica: 2010-04-22T12:47:08+02:00da minobezzi1
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